Record negativo a novembre per i ghiacci marini

Clima
paolo 8 Dicembre 2016
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Record negativo a novembre per i ghiacci marini  [ads_coriolis]

Si parla tanto di global warming, di cambiamenti climatici e di stagioni che “non sono più come una volta”; ebbene, è di pochi giorni fa la notizia dell’ennesimo record negativo fatto registrare in materia di clima. L’estensione dei ghiacci marini registrata nello scorso mese di dicembre è, infatti, la minima rispetto a quella registrata nei novembre passati. Da quando si osserva e si studia l’estensione dei ghiacci marini (dal 1978) la differenza tra i massimi ed i minimi si è sempre attestata su circa 2 milioni di chilometri quadrati. Quest’anno la differenza è invece di gran lunga superiore.

Record negativo: i dettagli

Si sente spesso parlare di record negativi in questo ambito, soprattutto dal 2007 in poi. Questo però non è un “semplice” record negativo, ma una perdita senza precedenti di ghiaccio marino. Al 21 novembre, giorno della misurazione, infatti, mancano all’appello circa 4,5 milioni di km quadrati di ghiacci, una superficie quasi uguale a quella di metà Stati Uniti d’America!

A rendere ancora più preoccupante la notizia è che, se negli anni precedenti la perdita di ghiaccio dell’Artico era compensata da notevoli aumenti di quelli antartici, nell’anno in corso si sta registrando un deciso decremento anche di questi ultimi (il precedente record negativo risale addirittura al 1986 ma era di portata nettamente inferiore).

Al 21 novembre abbiamo avuto, dunque, questa situazione:

  • Polo Nord: estensione del pack di 2.3 milioni di km quadrati al di sotto della media 1981-2010 e 1.1 milioni di km quadrati inferiore rispetto al precedente record negativo datato 2012;
  • Polo Sud: 2.1 milioni di km quadrati al di sotto della media e 1.2 milioni di km quadrati in meno rispetto al già citato record negativo di 30 anni fa.

CAUSE ED EFFETTI

Le cause sono ancora da appurare con precisione, risultando estremamente difficoltoso visto la portata dell’evento. Le ipotesi più accreditate sono:

  • per l’Artico, un effetto a “feedback positivo” così schematizzato:
    • assenza totale di ghiaccio nei mesi tra luglio e settembre in zone marine normalmente ricoperte. Questo ha favorito un diverso assorbimento di radiazione solare (e di calore) con conseguenti temperature ben al di sopra della norma (circa 5°C in più);
    • il calore in eccesso è stato rilasciato ad ottobre (nella fase di ricongelamento), scaldando notevolmente l’aria al di sopra (temperature anche 10°C superiori alla norma);
    • il diminuito delta termico tra temperature al Polo Nord ed all’Equatore avrebbe favorito l’indebolimento del vortice di bassa pressione solitamente presente favorendo la risalita di masse d’aria più calda dalle medie alle alte latitudini, riscaldando ulteriormente l’aria (anomalie termiche anche di +20°C);
    • tali temperature hanno rallentato il ricongelamento ed hanno fatto variare la distribuzione barica polare con conseguente riduzione dell’intensità dei venti polari.
  • per l’Antartide, si tratterebbe di variazioni nelle correnti oceaniche ma, essendo la prima volta che si osserva un evento di tale portata, è necessario effettuare ulteriori studi prima di poter dare un’ipotesi credibile.

Quali effetti si potranno verificare? Innanzitutto, la banchisa che in questo periodo sta tornando a formarsi sarà nettamente più sottile degli anni precedenti, dunque di più facile fusione in eventuali giorni caldi o nei mesi estivi.

Nell’immediato, è possibile che l’inverno sarà caratterizzato da un Vortice Polare debole, dunque soggetto a frequentemente ad ondulazioni meridiane. Un così debole Vortice Polare potrebbe portare ad un numero maggiore di incursioni fredde alle medie latitudini (Italia compresa).

La questione, comunque, non si risolverà solamente con un inverno più freddo o più nevoso di quelli degli ultimi anni (da verificare), ma potrebbe avere notevoli implicazioni anche negli anni a seguire.

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