POLLINE AD APRILE, PIOGGE A MAGGIO

Piccolo e grande: un nuovo studio mette in relazione i pollini con variazioni della composizione dell’atmosfera tali da provocare le piogge.

Può un fiore produrre un acquazzone? Le due cose sono così distanti tra loro che la risposta sembrerebbe ovvia… E invece, secondo una ricerca appena pubblicata, realizzata dall’Università del Michigan e del Texas (Usa), il polline dei fiori può inseminare l’atmosfera diventando centro di aggregazione di molecole d’acqua che poi danno origine alle nubi.

QUANDO IL POLLINE SI “SPEZZA”. Tempo fa gli scienziati si dedicarono allo studio delle possibili ripercussioni sul tempo meteorologico prodotto dal polline che a primavera viene disperso nell’atmosfera, «ma le ricerche erano state presto abbandonate, perché si riteneva che il polline fosse troppo grande per avere influenza sul sistema climatico: troppo grande, cioè, per essere in grado di aggregare molecole d’acqua nell’aria», spiega Allison Steiner.

Così il polline non era più stato preso in considerazione da meteorologi e climatologi come elemento capace di influenzare il tempo e il clima. Ma Steiner ha ripreso in mano il problema dopo aver capito che il polline bagnato può spezzarsi in pochi secondi in un gran numero di particelle molto più piccole che si possono facilmente disperdere nell’aria.

COME ALI DI FARFALLA... In laboratorio, Steiner ha predisposto una serie di test su pollini di piante note per essere particolarmente fastidiose per chi soffre di allergie, come l’ambrosia, la quercia e la betulla: i granuli, imbevuti d’acqua, sono stati nebulizzati (spruzzati) nell’aria.

Il polline si è frammentato in particelle da 50 a 200 nanometri (milionesimi di millimetri), dimensioni che permettono alle microspore – quando sospinte dal vento – di sollevarsi per centinaia di metri dal suolo e diventare così un aggregante delle molecole di acqua.

Anche il polline dunque, così come la polvere, può essere in certi periodi dell’anno un veicolo di formazione delle nubi. È una scoperta importante perché, vista la quantità di polline che entra in atmosfera, la sua presenza deve d’ora in poi essere presa in considerazione nel formulare previsioni meteorologiche e climatologiche.

La ricerca dimostra, ancora una volta, che vale una regola fondamentale: un piccolissimo cambiamento nell’atmosfera (come la presenza di granuli di dimensioni nanometriche) può portare mutamenti su vasta scala. Come ci ricorda una delle tante varianti di un vecchio aforisma: una farfalla batte le ali a Pechino e a New York arriva la pioggia invece del sole.

Fonte: Focus