Espansione della cella di Hadley. Quali conseguenze?

George Tslioudis, climatolo del Goddard Insitute della Nasa, ha scoperto che negli ultimi decenni la cella di Hadley si è espansa, spingendo verso i poli le nubi che si formano alle nostre latitudini a una altezza compresa tra i 5,5 e i 10 chilometri d’altezza. La cella di Hadley è una porzione di circolazione dell’atmosfera che prende avvio all’equatore, dove l’energia solare riscalda enormi masse d’aria, le quali, dilatandosi, si alzano verso l’alto trasportando grandi masse di vapore acqueo.

Come funziona. Sollevandosi, l’aria si raffredda e si formano così nuvole molto dense tra i 10 e i 15 chilometri d’altezza. Quando il vapore condensa si hanno piogge, spesso di breve durata ma molto intense. È la situazione tipica delle aree equatoriali/tropicali. A quel punto l’aria in quota è secca e, spostandosi verso i tropici, si raffredda ancora di più. Quando arriva alla latitudine di circa 30°, l’aria è così fredda, e quindi densa, che inizia a precipitare al suolo. Il processo la porta a comprimersi e a scaldarsi: è la situazione che si ha sui deserti di tali latitudini, sia a nord che a sud dell’equatore. A questo punto l’aria precipata verso il suolo viene richiamata verso l’equatore per ricominciare il ciclo.

La cella di Hadley si è espansa: è quanto risulta dalla ricerca della Nasa. «È come se la regione tropicale si fosse dilatata, e questo spinge le nubi d’alta quota verso i Poli», sottolinea Tslioudis, che ha pubblicato la sua ricerca su Geophysical Research Letters.

Con quali conseguenze? Questa situazione può alterare notevolmente il clima, perché da un lato vengono a diminuire le nubi d’alta quota (alle nostri latitudini), dall’altro aumentano verso i Poli. «È come tirare una tenda: si può riscaldare o raffreddare un’area del pianeta, alterandone le caratteristiche», continua lo scienziato.

Se le nuvole che riflettono il calore del Sole vengono a mancare costantemente sopra gli oceani, per esempio, questi si riscaldano maggiormente, con una serie di ricadute ancora in gran parte da capire. «Fino ad oggi – sottolinea ancora Tslioudis – questo elemento degli equilibri climatici non era considerato dai modelli matematici che studiano il clima, ma è molto importante e non deve essere ignorato.»

Fonte: Focus